Ossimori II – The egoistic altruism (Italian)
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Vi sentite buoni cristiani (se credete) o bravi cittadini (se credete in altro) quando mostrate empatia per il prossimo? Se aiutate la nonnina ferma sul ciglio del marciapiede ad attraversare la strada o le volte che cedete il vostro posto alla donna incinta appena salita sulla metro? Non siete né l’uno né l’altro, qualora cercaste in questa gestualità quotidiana un elemento d’umanità.
Non c’è nulla di altruistico in tutto ciò. È piuttosto il vostro Ego che, senza bussare né chiedere permesso, entra prepotente sul palco e s’impossessa del proscenio per godersi il proprio momento di autocompiacimento. Notate, non c’è nulla di volgare, nemmeno qualcosa di subdolo in questo. Ipocrita, viceversa, sarebbe negare, e negare a sé stessi, quanto avreste voluto che quella gravida avesse scelto la carrozza successiva, o che il vostro vicino vi avesse anticipato alzandosi per primo, evitandovi di proseguire il viaggio in piedi, stretti nella morsa dei sudori acri degli altri passeggeri.

Pur vivendo raggruppati in società con regole consociative più o meno bizzarre, il nostro istinto primordiale anela sempre e comunque alla sopravvivenza e al soddisfacimento dei nostri bisogni, desideri, vizi. Col minimo sforzo, è allora che possiamo dirci virtuosi.
Dovremmo provare a respingere questa filosofia dell’incontrovertibile, che annovera, tra i vari, anche l’assioma per cui l’essere altruisti denota bontà d’animo. Sono ataviche credenze popolari che l’inerzia sociale ha nel tempo trasformato in postulati. Questi schemi ci semplificano la vita però. Ci forniscono spiegazioni per un’ampia varietà di quesiti, cosicché possiamo dedicare le (residue) energie a cercare di interpretare quei comportamenti che, per qualche ragione, introducono una fastidiosa distonia nell’armonia cui siamo assuefatti. Ci irrita che questo cinico equilibrio su cui adagiamo i nostri passi cadenzati possa traballare. Abbiamo poche curiosità veramente originali, anche se amiamo raccontarci di sentirci vivi perché ci poniamo domande esistenziali. Quando poi arrivano le risposte che non vogliamo ascoltare, ci ritroviamo a fuggire vigliaccamente.
Come accade quando compiamo le nostre buone azioni. Non osiamo ammettere di sentire il nostro Io pompare sangue nelle vene dell’edonismo, inebriarsi della soddisfazione proveniente dal riconoscimento dell’altro che rende grazie al nostro gesto caritatevole. Ancor più fastidioso sarebbe lasciar voce ai rimproveri della nostra coscienza, infallibile guardiana delle nostre condotte; o venir meno alle regole basilari del comportamento civile, al minimo sindacale che ci si aspetta all’interno di una comunità. Ecco il vero inganno. La dovuta solidarietà tra compagni non scelti, non graditi, non voluti, spesso indigesti.
Semplifichiamo, ridiamo voce e valore al motore principe delle nostre scelte. L’utilitarismo scolpito nel do ut des dei padri maestri latini.
Buffo no? Fai del bene al prossimo e ti tacciano di essere mosso da un’incontenibile spinta di amor proprio. Ossimori…


Cinico all’ennesima potenza ma terribilmente vero.
Concordo!
Ogni gesto d’ALTRUISMO serve innanzi tutto a noi, per sentirci migliori, puliti o nel peggiore dei casi addirittura superiori, trasformando l’altro in debitore.
Se con questo termine intendiamo un atto assolutamente disinteressato, rischiamo di parlare di qualcosa che non esiste: una madre si aspetta gratitudine dai figli, un innamorato si aspetta amore, magari fedeltà… sono solo esempi in cui dovrebbe crollare la legge del do ut des, in realtà sempre di merce di scambio si parla!
Fare il “bene” ci è necessario soprattutto per sentirci umani, vince in qualche modo la solitudine, perché ci pone innanzi all’altro: quando ci ricordiamo che condivideremo la stessa sorte, ecco che scatta la molla dell’altruismo, per fare un passo di vita insieme… ci serve!
Tuttavia ben venga un po’ di sano altruismo.
Ottima la forma, sofisticata! Usi parole ricercate e adotti un linguaggio elegante… “aristocratico”:MI PIACE!
Grazie per i vostri commenti. Sarebbe interessante che si sviluppasse un dibattito tra i lettori sul tema.
Anche a me interessa intavolare una discussione su tale argomento, perché riguarda un aspetto molto particolare della natura umana. Credo che una persona coscia di quanto scritto sopra agisca o sappia agire, paradossalmente, in maniera molto più nobile di un’altra che non si è posta neppure il problema (ecco però sbucare il fine della nobiltà). Mi spiego.
A volte il doppio fine è davvero difficile da scovare, anche a noi stessi, ma nel momento in cui mi pongo il problema del “perché lo sto facendo? Ho un fine, tipo voglio il suo grazie? Voglio essere migliore?”, insomma sono sempre io al centro? E poi decido di vedere nell’altro semplicemente un altro me, un Uomo (nel senso di umanità, non me ne vogliano le donne), credo si possa arrivare ad una genuinità, che spesso perdiamo durante la nostra vita.
Arrivare alla genuinità (o nobiltà d’animo) è cmq un altro fine, potrebbe obiettare l’autore… vero… forse non c’è sbocco: tutto si fa per qualcosa, ma non c’è niente di sbagliato se non danneggia l’altro… o no? Per me è questione di abitudine: se ci si abitua ad agire nell’anonimato, senza ricerca dei grazie, senza palesare le proprie azioni e provando a dimenticare quanto fatto si arriva sicuramente ad un altruismo meno egoistico, se proprio ci dà fastidio l’ultimo aggettivo, che reputo tuttavia incancellabile (agisco per avere la sua amicizia, la sua stima, il suo amore, per vederlo/a felice e sentirmi quindi sotto sotto l’Humphrey Bogart di Casablanca). Alla fine valgono sempre i proverbi dei cari vecchi nonni “fai del bene, dimenticati… fai del male, ricordati” (che suona però come avvertimento sei combini il male) o se proprio si vuole citare il Vangelo “non sappia la tua mano destra quello che fa la sinistra” (l’ultima frase è per una ricompensa celeste). Concludo: solo gli automi agiscono senza fini.